La prima parola che mi viene in mente se mi dicono “Intercultura” è “famiglia”, sia perché mi sono sempre sentita parte di un bellissimo gruppo all’interno del Centro Locale di Mantova sin dai primi incontri di formazione, sia perché oggettivamente esisto, nel vero senso della parola, grazie a Intercultura.
In che senso? Bisogna partire dagli albori per capirlo.

L’avventura della famiglia Gandolfi con Intercultura comincia nel 1978. Infatti, dopo aver ospitato due ragazze americane, il terzogenito, desideroso di conoscere nuove culture, parte l’annuale USA e il primogenito, mio padre, decide di partecipare al programma mensile per i giovani lavoratori in Irlanda.
A Milano, quasi in contemporanea, mia madre viene selezionata per il programma annuale Svezia, esperienza d’oro che le rivoluzionerà la vita.
Una volta tornati, i miei genitori decidono quindi di diventare volontari nei rispettivi Centri Locali e nell’ ‘84, per una serie di fortunati eventi, vanno a Fiuggi per un incontro nazionale. Nessuno dei due avrebbe dovuto recarsi là, ma a causa di alcuni imprevisti, sostituiscono i presidenti dei rispettivi Centri Locali e si conoscono. Dopo due giorni di convegno prendono, volenti o nolenti, insieme il treno per Milano e al momento dei saluti si ripromettono di sentirsi di nuovo.

Contro ogni aspettativa di mio padre, mia madre effettivamente lo chiama e va a trovarlo a Mantova, permettendo di fatto che la storia cominciasse. Tutto è bene quel che finisce bene e il 31 maggio 1986 Laura e Luciano si sposano, ovviamente invitando le rispettive famiglie AFS al matrimonio.

Passano gli anni e il C.L. di Mantova necessita di un presidente, dopo che la mitica Sig.ra Dina non se la sente più di continuare, per cui le consegne passano a mio padre, anche se di fatto è stato sempre un lavoro svolto insieme a mia mamma. Intanto nascono Chiara e Irene che con gli anni crescono e sognano già in quali paesi potrebbero andare con Intercultura. Quasi di sorpresa spunto fuori io nel ’99 e sette anni dopo Chiara è pronta a mettersi alla prova risultando vincitrice di un’esperienza bimestrale in Australia! In contemporanea la mia famiglia prende una decisione importante: ci candidiamo come famiglia ospitante per un programma breve!

A giugno, quindi, parte Chiara e poco dopo arriva Jankaira, una ragazza della Repubblica Domenicana. Per qualche problema per il visto purtroppo passiamo solo un mesetto insieme a lei, senza dubbio intenso ma anche bello. Da Perth Chiara invia ogni tanto lettere e qualche cartolina e dopo un battito di ciglia è già di ritorno, cresciuta e sorridente. Vedendo quanto questa esperienza avesse fatto bene a lei, il nostro entusiasmo non può che aumentare e dopo appena un anno è il turno di Irene per le selezioni e quando arriva il momento di fare il fascicolo spuntano fuori paesi impensabili di primo acchito, ma i miei genitori sostengono Irene nella sua scelta e quando arriva il verdetto c’è la conferma del programma che aveva messo come primo in lista: annuale Egitto.

Pensando a settembre tutto sembra bellissimo per la me di 9 anni: Chiara parte per l’università a Trieste e Irene per l’Egitto, “cosa c’è di meglio, divento figlia unica, fortissimo!”, peccato che quando arriva il momento io sono distrutta. Portiamo Irene a Roma e cominciano i pianti durante la plenaria e durano niente di meno che tutto il ritorno fino a Mantova, giusto 5 ore e mezza.

Passano i mesi, partono e arrivano lettere bellissime che raccontano la vita egiziana di Irene e la vita mantovana di noi, avventure, episodi divertenti, momenti di nostalgia; a luglio, con il ritorno di Irene, arriva un sacco di gioia e un’altra folata di vento nuovo.

“Ora bisognerà aspettare qualche anno prima che ci sia una nuova avventura con Intercultura” pensano a quel punto i miei genitori, ma le cose (per fortuna) vanno diversamente, prima con un’ospitalità breve come famiglia di appoggio per un cambio famiglia interno al Centro Locale, e poi a sorpresa, non troppo tempo dopo, con una richiesta da un altro Centro Locale di cambio famiglia per un ragazzo cileno.
Il 27 settembre 2011, quindi, arriva a casa Mario, un ragazzone di 17 anni con due spalle da armadio che gioca a football americano ma con un faccino da cucciolo. E da (quasi, per un piccolo litigio fra fratelli) subito scatta la scintilla e diventa un membro della famiglia senza che ce ne si accorga neanche e la giornata diventa una risata continua, fra i racconti di scuola di Mario e i giochi tra fratelli. Febbraio però arriva troppo presto e altre lacrime si fanno avanti prepotentemente all’aeroporto, questa volta più disperate, perché non c’è alcuna garanzia di ritorno, solo speranza. Ma si sa, fare un’esperienza all’estero con Intercultura lascia il segno e dopo un annetto e mezzo eccolo che ritorna per venire a studiare a Bologna.

Intanto io continuo a sognare le più svariate destinazioni e quando arriva il primo settembre 2015 mi iscrivo subito, presa da mille emozioni: voglia di partire, entusiasmo, paura di fallire, di essere la pecora nera in una famiglia così interculturale. Il giorno delle selezioni ho lo stomaco così chiuso che diventa un filo, ma appena comincia il tutto riacquisto la calma e mi sembra che sia proprio quello il momento giusto per mettersi in gioco. Arriva il giorno della visita in famiglia e poi il periodo di compilazione del fascicolo, passa Natale e arriva il 24 febbraio pomeriggio, con la notizia che più aspettavo al mondo: la mia matricola 15-04109 risulta vincitrice del programma annuale, destinazione Ungheria.

Poi si apre il periodo più bello della mia adolescenza, con gli incontri di preparazione alla partenza, durante cui si crea il migliore gruppo che potesse esserci, unitissimo e super collaborativo, già deciso a diventare volontario una volta tornati, per permettere che altri ragazzi come noi potessero vivere la stessa esperienza. Ad aprile arriva l’abbinamento e cominciano i messaggi con la famiglia, l’immaginazione corre veloce, pensando al primo incontro, alla convivenza, alle serate insieme, alla vita durante quell’anno.

Arriva il 18 agosto 2016, giorno del ritrovo a Roma per poi partire il giorno dopo e questa volta vivo questo momento in modo completamente diverso, con poche lacrime e tanta felicità, pronta per intraprendere l’avventura. Una volta arrivati in Ungheria si comincia alla grande con l’orientation di inizio e dopo due giorni arriva il momento tanto immaginato: l’incontro con la famiglia, che fila talmente liscio da sembrare un sogno. Comincia quindi effettivamente l’esperienza che avevo sognato per anni e l’affronto a testa alta, nonostante tutte le difficoltà del caso, mantenendo i contatti con i miei amici Afsers, raccontandoci tutto, sostenendoci a vicenda. Man mano che passano i mesi scopro quanto la scuola sia per me fondamentale, quanto possa fornirmi quanto più di prezioso ci possa essere: amici
veri. Fra serate in famiglia a cucinare piatti ungheresi con la mia mamma, giornate a scuola a divertirmi e ad imparare sempre più entusiasta, pomeriggi passati in palestra a fare parkour, week end a fare orientation arriva luglio e il momento di tornare a casa, momento complicato, ma ricco di emozioni bellissime.

Durante il viaggio di ritorno penso a quanto sia cresciuta immaginando a questa esperienza e a quanto io abbia imparato a vivere veramente proprio grazie a questa, tutto grazie ai miei genitori, che in quel giorno a Fiuggi hanno deciso di tornare insieme a casa.

Da allora non abbiamo più ospitato ed essendo “finite” le figlie, nessuno è più partito, ma le sorprese che AFS ci ha riservato non finiscono in quel momento, perché il marito di mia sorella, conosciuto al test di accreditamento per diventare interprete al Parlamento Europeo, è stato uno studente di intercambio in Norvegia con AFS, per cui la grande famiglia interculturale non smette mai di allargarsi.

Chissà se il testimone lo passeremo anche ai nostri figli, ma di sicuro verranno cresciuti nell’interculturalità!

Sofia Gandolfi